SE CONOSCESSI LA MUSICA…

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Se conoscessi la musica scriverei una canzone. Una canzone per un piccolo borgo dimenticato. Dimenticato da me.

Vagabondare per le strade di Facebook una sera d’agosto, dopo aver messo a dormire le cicale, e scoprire l’esistenza di uno sparuto gruppo composto da ex ragazzi che, come me, trascorrevano le eterne vacanze estive in una valle dell’appennino tosco emiliano.
Riconoscerne alcuni e accorgersi di quanto assomiglino all’idea che ci si sarebbe potuta fare di loro tanti anni fa. Di quanto poco lontano dall’albero possa cadere una mela. Come se il destino fosse impresso nella corteccia.
Non c’era granché da fare per ingannare il tempo in quel paesino. Qualche passeggiata in cerca di funghi o more, secondo la stagione. La pesca tra i sassi melmosi di un torrente quasi sempre in secca, dove era difficile anche trovare una pozza in cui sguazzare. I più grandi, e abbienti, si davano al motocross o all’equitazione (che poi, non ho mai capito dove fosse il maneggio…), mentre noi piccoli ci riunivamo al campo sportivo dietro la chiesa e inventavamo giochi di cui ho perso la memoria.
Ritrovarli non mi emoziona. Non mi sono mai veramente mancati. Fissare quelle facce segnate dall’esperienza, quelle teste incanutite, mi induce solo a riflettere sul fatto che il tempo scorre, inesorabile e giusto.

E qui comincerebbe la canzone. Quella che scriverei se conoscessi la musica.

Nelle foto cerco i volti
dell’infanzia che ci siamo tolti
di dosso come una vecchia pelle
sotto un cielo crivellato di stelle.

Ridono, scherzano, ricordano.

Tra una birra e una piada
parlano di un tempo ormai sbiadito
da guardare con gli occhiali del nonno
prima che la notte cada.

Ridono, scherzano, ricordano.

Dove sarà finita Monica
perduta tra fatture e inganni
preda delle streghe
per tanti, troppi anni.

Ridono, scherzano, ricordano.

Ecco Andreino
occhio furbo e birichino
pelle d’ambra e sorriso sottile
non teme più i fulmini d’aprile.

Ridono, scherzano, ricordano.

La figlia del mercante d’arte
senza nome e vuota dentro
si trafigge da parte a parte
alla ricerca di un centro.

Ridono, scherzano, ricordano.

Graziella, detta Lella,
si è fatta bella.
Si è pure maritata
e consigliera del nano è diventata.

Ridono, scherzano, ricordano.

Sandrone il piscione,
maturo frutto dell’età,
brama organi da suonare,
ma sua madre non lo sa.

Ridono, scherzano, ricordano.

Daniele il droghiere,
non fa più il cantante
e neppure il paroliere.
Ahimé, è rimasto un aspirante.

Ridono, scherzano, ricordano.

La nipotina Catia
allegra e spensierata
sulla spiaggia di Riccione
ha trovato un Paperone.

Ridono, scherzano, ricordano.

Silvia dalle tante erre mosce
“figa di legno” per chi ben la conosce
nasconde tra vesti eleganti
infiniti, solitari pianti.

Ridono, scherzano, ricordano.

C’è anche la rampante Donata
che non è mai stata una fata
e la pelliccia finta non porta più
mirando molto, molto più su.

Ridono, scherzano, ricordano.

Simonetta, Paolo, Loretta…
E tutti quelli di cui non riconosco il volto?
Parrucchiere, muratori, commesse…
E io?

Io mi baloccavo raccogliendo more,
sognando di respirare su di un cuore azzurro,
azzurro come gli occhi del cielo in giugno.
Il mio cielo, i suoi occhi.
E ora che lo rivedo sorrido, ricordo.
Una strana tenerezza mi avvolge.
Ha il sapore di un nettare mai assaporato.
Il più dolce.

Ridono, scherzano, ricordano.

Così finirebbe la canzone che non ho mai scritto, se l’avessi scritta.

D’improvviso mi viene in mente una scena di “Io e Annie” in cui il protagonista rivede il film della propria infanzia coi compagni delle elementari, in classe, mentre si presentano come fossero già adulti e pronunciano frasi tipo: “io sono il presidente di una grande multinazionale” o “io dirigo una florida azienda di tessuti” o ancora “io batto il centro”.
Anche quei bimbi portavano scritto in faccia il loro destino.

E io? Sorrido, sospiro, ricordo.

MENTA&LIMACCE

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Ora di pranzo. Per me, un gustoso piatto di seitan con zucchine.

Cucino e guardo fuori: in giardino ho una rigogliosissima pianta di menta melaverde che, grazie alle piogge copiose di questi giorni, dà il meglio di sé. La melaverde è un tipo di menta perfetto per aromatizzare il the. Il suo profumo discreto si sposa a meraviglia con il the verde. Per non parlare delle zucchine…

Mentre mi accingo a prenderne una foglia noto che una famigliola di lumache _ anzi, limacce _ sta pasteggiando su quei teneri germogli. Famigliola? Perché mai avrò detto famigliola? Noi umani abbiamo sempre questo strano bisogno di dare un ordine gerarchico a tutto. E se, invece, queste lumachine si fossero incontrate lì per caso, anarchicamente, attirate dal profumo della menta? Mi piace pensare che sia così.

Le osservo mentre strisciano sinuosamente da una foglia all’altra tracciando arabeschi argentei in mezzo a trafori di merletto.

Le osservo e penso che ho voglia di fotografarle. Sì, perché è la prima volta che le guardo così.

Mettere a fuoco non è affatto facile. Le lumache, intente a rosicchiare foglie di menta, non stanno ferme un attimo (m’immagino di sentire il rumore di tante minuscole mandibole masticare all’unisono, o anche no). La loro proverbiale lentezza da sola basta a confondere un’immagine altrimenti nitida. A far tremare un’idea.

Le certezze scivolano tra palchi di foglie bucherellate incapaci di trattenerle e, a volte, si infrangono al suolo. Altre volte rimbalzano su reti di bava di ragno tessute tra uno stelo e l’altro.

CLIC. Ho fotografato un pensiero.